Enrico Nadai–HOMO DIGITALS: L’UOMO MODERNO E IL POTERE DEI MEDIA


Il cambiamento antropologico avvenuto a partire dalla metà del ‘900 con l’introduzione delle nuove tecnologie di comunicazione corrispose al passaggio dall’homo sapiens all’homo videns. Non si trattò di una trasformazione innocua, bensì di un modo radicalmente nuovo di intendere la conoscenza, il pensiero, le esperienze vissute, la politica e il patrimonio di risorse condivise. La prima responsabile di questa mutazione fu la televisione, seguita dal computer e dal recente utilizzo planetario dello smartphone. È l’homo digitalis, infatti, ad imporsi nell’attuale fase di avanzamento della tecnica. La particolarità di tale definizione sta nella dipendenza del genere homo da quel digitalis che interviene come elemento esterno: si è esacerbata la difficoltà di una classificazione dell’umanità secondo il ricorso ad una condizione ad essa interna quale poteva essere la “sapienza” nel concetto di “uomo sapiente” (homo sapiens). La sequenza di trasformazioni cui ho fatto cenno hanno condotto ad una riduzione dell’intelligenza sequenziale, dotata di capacità analitiche e disposizioni gerarchiche, a favore dell’intelligenza simulatanea, in cui la percezione delle immagini e il susseguirsi di informazioni visive e uditive crea una generale mancanza d’ordine e stabilità. A comprendere perfettamente l’uso esclusivo ed estenuante di una sola parte del nostro cervello con l’impiego della tecnologia fu il sociologo e filosofo Marshall McLuhan che, nel suo libro pubblicato postumo “Il villaggio globale”, scriveva:

«Nell’età elettronica è necessario l’uso di un modello di comunicazione dell’emisfero cerebrale destro per dimostrare il carattere simultaneo dell’informazione che procede alla velocità della luce.»

L’utilizzo dell’emisfero destro a discapito del sinistro sfavorisce ogni approccio razionale con quanto ci circonda. È vero infatti che una cultura visiva, improntata sull’ossessione del guardare, è una cultura frammentata, così come frammentate sono le immagini che scorrono continuamente sotto ai nostri occhi: in tal modo nulla o quasi può sottrarsi alla dimenticanza.

Prendiamo ora in esame il nucleo del nostro ragionamento, ossia il grande apparato mediatico. Oramai le discussioni intorno ai media si limitano ad una critica della buona o cattiva informazione che diffondono, non più sui media in sé, considerati come una condizione a priori, un evento crollatoci addosso e già perfettamente assorbito. Possiamo invece notare quanto tale sistema sia un efficace lasciapassare di elementi dottrinali inquietanti: sia di fronte al tubo catodico che ad un qualsiasi altro dispositivo, non siamo che spettatori stimolati dagli apparecchi con cui abbiamo a che fare. Il destino dello spettatore è quello di mantenersi in una condizione di passività di fronte alle notizie che il mezzo ripetutamente gli trasmette. Ecco perché la passività stessa diviene un imperativo categorico, dal momento che l’informazione – sopratutto sotto l’imperio dell’immagine – non vuol fornire opportunità di pensiero, ma verità incontrovertibili. Lasciarsi trasportare dal flusso di immagini impoverisce la nostra capacità di comprensione. È un analgesico in grado di sopprimere il travaglio del pensiero, con la diretta conseguenza che ogni strategia di manipolazione risulta fin troppo semplice.

Ma siamo sicuri che un’accentuata diffusione della cosiddetta demenza mediatica possa ancora rendere possibile una minuziosa manipolazione? Paradossalmente, se gli uomini dovessero retrocedere ad una capacità stringatissima di comprensione, anche il più banale degli slogan potrebbe generare uno sforzo superiore alle loro possibilità e la distopica previsione di un’umanità di idioti sarebbe realmente compiuta. Al momento non possiamo dire di aver raggiunto una simile condizione, anche se le avvisaglie di siffatte catastrofi sono ben vive. Basti pensare alla maggior parte delle pubblicità televisive che, con i loro messaggi, sembrano rivolgersi ad un pubblico infantile e mentalmente retrocesso.

Sul fronte economico, non si deve dimenticare quanto sia fagocitante la società dello spettacolo – utilizzando una fortunata espressione di Guy Debord – nutrita di prospettive mercantilistiche che vorrebbe vedere estese alla massima potenza. La generale valutazione di Debord è che la critica rivolta ai mezzi di comunicazione di massa non si limita ad una considerazione circoscritta, ma ad un modello di società nella sua interezza. La moderna struttura capitalistica esprime la volontà di custodire il sonno dei suoi sottoposti attraverso un’incessante visione di immagini. Ne consegue un mondo rovesciato in cui “il vero è un momento del falso”. È doveroso aggiungere che l’odierna struttura societaria si regge sul disorientamento stagnante, in grado di rendere difficile ogni seria messa in gioco di modelli differenti da quello imperante. Per alcuni questa macchina spettacolare è un male, ma il suo imporsi è oramai ritenuto così inevitabile da accoglierne il culto e le ritualità. E allora tutto assume il carattere dell’ineluttabilità e in pochi lamentano quanto accade, dal momento che le nostre coscienze sfuggono ad ogni forma di opposizione. Come scrive Noam Chomsky:

«il permanente ingozzamento di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non riescono più a discernere, a pensare con la loro testa.»

La sfida che l’uomo contemporaneo deve imporsi è quella di un ritorno alla grandezza della propria natura pensante; diversamente, l’essere umano corre il rischio di estinguersi in quanto tale. La riscoperta del primato assunto dal pensiero, unica vera resistenza interiore, può allora costituire una valida via per il dominio di sé. Soltanto ritagliando spazio alla riflessione comune e individuale si potranno innestare nuove pause di respiro in una realtà quale è la nostra. La giusta distanza dalle forze travolgenti che ci attorniano è ciò che di positivo possiamo ancora coltivare in interiore homine.

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