Albanesi:un’etnia fatta di degrado e criminalità diffusa innate

Era una notte di fine luglio, in piazza a Torino, in cerca di una meta per queste vacanze.

Un po’ annoiata, un po’ curiosa, un po’ per caso, inizio a parlare con un ragazzo conosciuto da poco e, cercando di fare memoria del mappamondo e di scartare man mano le possibili mete, quasi per gioco viene fuori l’Albania.

Terra sorella all’Italia, in attesa di entrare nell’Unione Europea, questo paese è quasi sempre dimenticato, sottovalutato e sminuito, probabilmente perché reduci dei ricordi della fine degli anni ’90, dei gommoni e della cronaca che spesso si rivela poco generosa nei confronti dei migranti e delle loro storie.

Qualche ricerca, pochi dubbi, una guida di pochissime pagine che non fa che stuzzicare la nostra attenzione, e così si parte: senza troppe aspettative, io, e con la voglia di ricostruire un pezzo di sua storia, lui, 32enne di Foggia, con i nonni di Casalvecchio di Puglia che parlano un dialetto simile all’albanese, e i ricordi di quei paesani sbarcati vicino casa.

Dieci giorni di meraviglia e stupore, con un popolo estremamente dignitoso e incredibilmente accogliente. Comunicativo, molto, e con tanta voglia di condividere e raccontarsi. Così, parlando con la gente, ospiti nelle loro case (e ai loro matrimoni!) riusciamo a respirare un’atmosfera vera e autentica, lontana da quella delle coste, ancora non troppo affollate ma già turistiche, del Sud, e riusciamo a capire meglio cosa i nostri dirimpettai stanno vivendo e cercando.

Sarà stata forse la loro accoglienza, ma anche il paesaggio ci è sembrato molto meno sporco di quello che ci potessimo aspettare. Il rapporto dell’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) del dicembre 2011 classifica Tirana, la capitale albanese, tra le città più inquinate in Europa, con un tasso di inquinamento atmosferico che supera di 3-5 volte la media delle norme europee; rivela che il 75% delle vetture (210 mila) risulta immatricolata negli anni ’90 e che l’inquinamento causa 500 morti l’anno per gravi malattie polmonari. D’altronde, ci hanno raccontato, durante il regime comunista circolavano nel paese appena 2.000 automobili, ma subito dopo il suo crollo è stata brusca l’invasione di automobili vecchie, quasi sempre rubate nelle nazioni dell’Europa occidentale.

Eppure sembrano ben più grandi i problemi, a partire dal petrolio. L’Albania infatti è uno degli stati europei più promettenti in termini di combustibili fossili. Ne era già convinto Mussolini e lo conferma la Gustavson Associates LLC (società americana che offre un servizio di consulenza ingegneristica e finanziaria a livello internazionale), che nel suo studio fa riferimento all’esistenza di un giacimento sotterraneo di 3 trilioni di metri cubi di riserve di gas naturale che arriverebbero a offrire un rendimento di oltre 32 miliardi di dollari. Si parla delle zone settentrionali e meridionali di Tirana, già oggetto di ricerche da parte di AlbPetrol, Shell, INA, Premier Oil e Coparex e delle stesse compagnie albanesi, che però hanno abbandonato i progetti a favore delle società svizzere che continuano ad investire su studi di fattibilità in questo paese, senza permettere – forse – un reale sviluppo interno.

Una delle principali preoccupazioni del Governo – che per contenere i danni ambientali sta sviluppando importanti piani di sviluppo, finanziati anche grazie a contributi comunitari – si rivolge agli stabilimenti esistenti oggi nei dintorni di Fier, che producono 228 kg al giorno (79 litri) di emissioni di solfuro e che inquinano gravemente il fiume Gjanica e le spiagge intorno con macchie di petrolio da scarti dell’industria chimica e termoelettrica, a cui si aggiungono gli scarti industriali di aziende che sembrano ancora poco sensibili al tema (il 70% circa delle aziende utilizza macchinari vecchi e obsoleti e solo il 5% delle grosse aziende e il 3,4% delle piccole imprese si è  impegnato a ridurre gli scarti e a non disperderli in maniera irregolare ed illegale).

Tutto questo ha un senso? Neanche un pochino se Arton, un ragazzo che sta prendendo in mano l’attività del padre, proprietario di un peschereccio e che vende pesce fresco ai ristoranti della costa da Valona a Jal, mi racconta che “compro la benzina di scarto dall’Italia. La uso per il peschereccio – per il furgone no perché è nuovo, l’ho pagato molto e non posso permettermi di rovinarlo- e se mi avanza qualcosa lo rivendo in città”. Benzina di scarto, quindi, acquistata in Italia da chissà quali giri: ma questa, mi sa, è un’altra storia.

Poi ci sono i rifiuti, altro punto debole di quella che per molti anni è stata considerata la pattumiera d’Europa. Nel quotidiano, paradossalmente, le cose sono peggiorate nel tempo perché se una volta, informalmente, si riutilizzava tutto, oggi con l’introduzione di sacchetti bio e altro materiale ancora “sconosciuto” il materiale di scarto è in aumento e capita di trovare mucchi di immondizia negli sterrati verso il mare o nei cortili dietro ai ristoranti.

A livello macro le cose sembrano andare ancora peggio. Risale al 2004, in piena stagione estiva, uno dei peggiori scandali dei Balcani che ha visto 20 km di costa inquinata da rifiuti di combustibile scaricato in mare, probabilmente –si dice – da navi greche dirette verso l’Italia; e continuano ancora i trasferimenti di rifiuti pericolosi verso il paese delle aquile: secondo un’inchiesta condotta dal sito Balkan Insight sono stati a decine i carichi  di rifiuti pericolosi entrati in Albania tra il 2003 e il 2010, 600 tonnellate solo dalla Francia nel 2004: dato che ha allertato l’Unione Europea, che ha dichiarato di voler indagare sui presunti trasferimenti illegali. Ma un paese che esce dalla crisi e che ha voglia di crescere, forse, certi “dettagli” non li vuole neanche vedere e nel gennaio 2011 la maggioranza parlamentare del premier democratico Sali Berisha ha approvato una legge che permette l’importazione di rifiuti di provenienza straniera; norma che secondo gli ambientalisti e gran parte della cittadinanza ridurrà l’Albania in un paese di stoccaggio, mettendo in campo delicatissime relazioni economiche e politiche. Più o meno legali.